giovedì 17 febbraio 2011

Una Cavalla disse a un Somarello...

Questa sera vorrei condividere una poesia di Trilussa, poeta vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, famoso per le sue numerose composizioni in dialetto romanesco che hanno gli animali come protagonisti.
Quando mi sono laureata, con una tesi sull'allevamento dell'asino, prima di congedarmi dopo la discussione e le domande di rito, il presidente di commissione (personaggio noto in facoltà per il suo carattere molto imprevedibile, che poteva passare con nonchalance da lunghe ore di chiacchierate sulla storia del mais al torchiarti all'esame chiedendoti cose impossibili) ha fermato tutto. Attimo di panico fra i suoi colleghi di commissione, studenti, laureandi e parenti. E lui, ricordando la sua infanzia e sconvolgendo tutti, si è messo a declamare una poesia di Trilussa...

L'incrocio

Una Cavalla disse a un Somarello:
No, co' te nun ce sto: vattene via.
Io vojo un maschio de la razza mia,
nobbile, arzillo, fumantino e bello.

Pur'io - rispose er Ciuccio - vojo bene
a una certa Somara montagnola
ch'ammalappena dice una parola
me sento bolle er sangue ne le vene.

Ma qui se tratta che a l'allevatore,
che bontà sua cià fatto trovà assieme,
je serveno li muli e nun je preme
se li famo per forza o per amore.

De dietro a l'ideale e ar sentimento
lo sai che c'è? L'industria mulattiera.
Dunque, damoje sotto e bona sera,
chiudemo un occhio e famolo contento.

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